Niente di personale

set
2010
14

scritto da on Palermo, Riflessioni d'autore

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Non ho scelto io di vivere questa vita. Mi ritrovo qui in un mondo che non mi piace, in una società che sto imparando a odiare per le ingiustizie, per i sorprusi. In passato, parlo della mia infanzia, adolescenza, poi durante il servizio di leva e nei fatti quotidiani del mio vivere, ho subìto e chiuso  spesso gli occhi per vicende che non vedevano solo me come vittima ma anche altri cittadini. Da quando sono a Palermo ho acquistato più coraggio e preso coscienza delle mie idee, ho imparato a conoscermi e capire veramente chi sono.

Ho partecipato a diverse battaglie, ho espresso le mie idee in manifestazioni e contestazioni che mi vedevano spesso partecipare non solo a Palermo ma anche in altre città d'Italia. Ho avuto persino il coraggio di prendere l'aereo e vincere la mia paura di volare per raggiungere Roma ed esprimere quello che penso. Prima subìvo di più, le ho pure prese al militare, ero perseguitato dal bullo di turno e ahimè non ebbi il coraggio di alzare la testa.

Ora le cose sono cambiate. Non ho (credo) scheletri nell'armadio, posso avere quindi il coraggio di esprimere le mie idee e a volte esagerando, così mi dicono alcuni, dicendo troppo spesso quello che penso. A volte, mi dicono, la verità fa male e non è il caso di dirla. Devo ancora capire il momento di questa scelta.

Prima però di addentrarmi nella vicenda che sto per raccontarvi, una premessa è doverosa.

Preciso che io, per chi ancora non lo sapesse, lavoro presso il Dipartimento ARCO dell'Università degli studi di Palermo. Che le mie mansioni sono varie ma essenzialmente mi occupo della parte prettamente tecnica, della gestione dei servizi informatici. Curo l'aggiornamento di due siti web, assisto il personale della mia struttura dal punto di vista softtware e hardware, per quello che posso naturalmente, non essendo un vero tecnico hardware o un esperto di linguaggi web. Se c'è da mettere la carta igienica nei bagni non mi tiro indietro insomma, non ho la puzza sotto il naso. Credo di avere quella che reputo una delle virtù più importanti della vita...l'umiltà.

Non sta a me giudicare il mio operato, il mio lavoro ne tanto meno quello degli altri, alla fine il rispetto delle persone arriva da quello che si dà e soprattutto i modi in cui si dà.

Non ho NIENTE DI PERSONALE quindi né nei confronti di chi ha colpito e ferito la mia dignità di persona ( non è stata la prima e non sarà l'unica), mi riferisco al prof. Michele Cometa, professore ordinario nonché ex Direttore del Dipartimento ARCO e attuale Preside della Facoltà di Scienze della Formazione, nè nei confronti della persona che mio malgrado è stata indirettamente coinvolta nell'episodio che ha scatenato il putiferio. Persona che io stimo, a cui sono vicino per la vicenda personale che sta vivendo. Io la chiamerò XX.

Il fatto si verifica la mattina del 7 settembre 2010 ma dobbiamo fare un passo indietro di un paio di settimane.

Arriva infatti nel mio Dipartimento, indirizzata a XX, al Preside prof. Cometa e al Direttore del mio dipartimento (le cui veci le fa il decano della struttura in attesa delle elezioni del nuovo direttore), una nota da parte dell'Area Risorse Umane, in cui si dichiara decaduta con effetto retroattivo la persona XX che aveva vinto in precedenza un concorso per ricercatore. Non sto qui a dilungarmi nel caso in oggetto ma la nota affermava che in seguito a sentenza del TAR, a decorrere dal 1 marzo 2010 , XX non è più ricercatore, in pratica quindi non fa più parte del dipartimento ARCO da parecchi mesi addietro.

Passano alcune settimane, e come da prassi quando un membro del personale ARCO non afferisce più alla struttura mi muovo per aggiornare la segnaletica, il sito web e quant'altro. Insomma le varie procedura burocratiche che sono state applicate in passato, seguendo la politica che il dipartimento nel corso degli anni si è dato. Preventivamente però chiedo il nulla osta a procedere al decano della mia struttura, invio quindi una email, ricevo il benestare e procedo a rimuovere il nominativo di XX. Devo precisare però che non ho pensato di comunicarlo anche al Segretario Amministrativo per il semplice fatto che in una normale prassi di natura “politica” potesse bastare il parere del decano. Col senno di poi dovevo discuterne anche col mio capo diretto e di questo me ne rammarico.

Passano alcuni giorni, arriva il 7 settembre 2010, tra l'altro anche il giorno in cui era stato convocato il consiglio di dipartimento, incontro in prima mattinata il prof. Cometa nel corridoio, una stretta di mano, un sorriso e l'arrivederci al consiglio. Passa un'ora e le cose cambiano repentinamente. Sono tranquillamente nel mio ufficio quando arriva impetuosamente il prof. Cometa, adirato e gridando in maniera minacciosa mi intima “CRIMI, ALZI IMMEDIATAMENTE IL CULO E VADA SUBITO A RIMETTERE IL NOME DI "XX" E TOGLIERE QUELLO DEGLI ANGLISTI, DI PIAZZA, ECC ECC....SUBITOOOOO”. Le urla attraversano tutto il 6° piano, arrivano persino al 7° e suppongo anche al 5°. La cosa che più mi indigna è che il tutto si verifica in presenza non solo del Segretario Amministrativo e del mio collega ma anche di due persone esterne al dipartimento, due fornitori di due ditte che si trovavano lì per caso e che attoniti hanno assistito all'evento. Mi guardano sbigottiti e con pietà, prima di andare via, mi salutano stringendomi la mano come per dire, “si faccia forza”, esprimendomi la loro solidarietà.

Naturalmente anche io rimango stupefatto, nell'immediato addirittura incredulo quanto basta, visto che il prof. Cometa non era nuovo di questi atteggiamenti, non soltanto nei mie confronti ma anche di altre persone. In cinque anni ho vissuto tre situazioni simili, dove la dignità della persona, me compreso, a mio avviso veniva calpestata senza pudore. Il primo “intervento” nei miei confronti si realizzò nelle 4 mura della stanza dove il prof. Cometa vestiva i panni di direttore. Quella volta ancora di primo pelo e con poca esperienza lasciai soprassedere seppur mostrandomi fiero e convinto delle mie idee.

Questa volta però la vicenda si svolge pubblicamente in presenza di più persone all'interno della stanza e decine e decine fuori che sentono le urla. Inutile dire che la vicenda prende una piega pubblica, decido così non solo di non eseguire quell'ordine intimidatorio e verbalmente violento ma di riflettere e decidere dopo un po' di minuti che si debba agire allo stesso modo. Pubblicamente. Approfitto quindi del consiglio di dipartimento, anticipo che prenderò la parola per dire la mia e far sapere dell'accaduto anche a coloro che non fossero stati presenti. Tiro giù quattro righe per assicurarmi di non dimenticare nulla e aspetto l'inizio del consiglio.

Arriva il mio momento, mi alzo e chiedo che venga chiamato il prof. Cometa in quanto, dovendo parlare di cose che lo riguardano, sarebbe opportuno che fosse presente. Inizialmente, mi viene detto che avendo altri impegni non poteva partecipare al consiglio e così si decide che io debba proseguire senza la sua presenza. Racconto dunque nei minimi dettagli l'accaduto, citando il suo exploit nel mio ufficio, accusandolo formalmente di aver superato le righe.

A questo punto, vista la situazione particolarmente tesa, il prof. Cometa viene chiamato, mi viene chiesto di attendere. Immaginate la situazione. Io in piedi accanto alla cattedra dove sedevano, il decano e il segretario amministrativo. Di fronte tutti i componenti del consiglio presenti quel giorno che aspettavano che arrivasse lui, il preside. Di fatti arrivò nelle immediate vicinanze, fuori dall'aula dove si svolgeva il consiglio ma, tra le sue urla e discussioni varie con chi gli riferiva dell'accaduto, decise di non entrare, ascoltarmi e nel suo diritto prendere la parola per poter dire la sua opinione. Forse perchè quel giorno risultava assente ufficialmente al consiglio? Forse perchè c'era ben poco da spiegare relativamente al suo comportamento? D'altra parte nel consiglio stesso il mio operato era stato ampiamente giustificato da parte del decano che aveva dichiarato il tutto in maniera burocraticamente lecita. Insomma non c'è stato nulla di errato in quello che ho fatto.

Certo che avrei potuto far passare un po' di tempo prima di togliere il nominativo dalla segnaletica dietro la porta di XX. Tornando indietro rifarei tutto ma tempisticamente in maniera diversa. XX d'altra parte riceve studenti, fa esami insomma svolge attività di tipo didattico. Mi scuso ancora quindi per i tempi scelti ma, di fatto, dal punto di vista burocratico, non ho sbagliato.

C'è chi sostiene che avrei potuto risolvere la questione in maniera privata e chi invece è del parere che, visto che sono stato attaccato in pubblico, è stato corretto rispondere pubblicamente.

Non è stato un gesto vendicativo, NIENTE DI PERSONALE, è stato solo un modo per difendere la mia dignità e, forse, osservando gli occhi di qualcun altro, anche lottare per quella altrui. Non mi meraviglia infatti che alla fine ricevo  solidarietà e consigli da parte di alcuni professori su come agire in merito a questa vicenda. Ciò mi da coraggio e spero che in futuro il mio gesto possa servire a garantire maggior rispetto delle persone con cui si convive in un mondo che, per quel che mi riguarda, non ho scelto io di vivere. Mi scuso quindi per la mia presenza.

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